<![CDATA[Dune, balene e microchip - I viaggi non finiscono mai]]>Mon, 01 Feb 2016 00:01:49 -0800Weebly<![CDATA[Mosca, una passeggiata di notte tra i fantasmi della Piazza Rossa]]>Wed, 13 Nov 2013 09:11:44 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/mosca-una-passeggiata-di-notte-tra-i-fantasmi-della-piazza-rossa
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La notte fa partire la macchina dei ricordi. A pieni giri. Ancora di più una notte passata in un posto ricco di suggestioni antiche. E la piazza Rossa di Mosca è un posto colmo di suggestioni antiche. Viene alla mente la televisione in bianco e nero. Gli anni Sessanta e le voci mielate di Vittorio Citterich e Demetrio Volcic, che raccontano la sfilata del Primo maggio al telegiornale della rete Uno. Carrarmati, missili, testate nucleari, fanti che fanno il passo dell’oca e lassù, in alto, i gerarchi del regime coi cappotti grigi, i colli di pelliccia, il cappello di astrakan e le facce impenetrabili. Sguardi fatti d’acqua che non esprimono nulla. Vecchie sopracciglia di mummie senza cuore. I nasi furbi, animaleschi, di chi è sopravvissuto alle purghe di Stalin. Le mani che si sfiorano per un applauso orientale. E Demetrio che cerca di spiegare i segreti del Cremlino. Di leggere tra le file. Ecco Kossighin è passato dalla seconda alla prima. E’ in ascesa. Gromiko è sempre lì davanti, come trent'anni fa. Imbalsamato nel potere e dal potere. Appena sotto, il mausoleo di Lenin, simbolo geometrico del potere comunista.
Marmo rosso come il colore del sangue e delle mura del castello dei tiranni.
Ed è ancora lì, dopo quarant'anni, il mausoleo di Lenin. Purpureo, di pietra squadrata. In qualche modo spaventoso. Neppure Putin - l’ultimo zar, pardon, l’ultimo segretario generale - ha il coraggio di toglierlo dalla Piazza Rossa. Arrivano a centinaia di migliaia da tutto il mondo a baciare il sepolcro del padre della dittatura del proletariato. Per ironia della sorte, lui che odiava ogni chiesa, è ancora adorato come un santo. Una ragazza lancia un fiore nella notte. La guardia in divisa guarda e sorride. Di fronte sta il nuovo. Coperti da un vestito di luci come un albero di Natale, ci sono i magazzini Gum. Hanno appena compiuto centoventi anni. Sono nati a fine Ottocento come atto di modernità della Russia zarista, poi con la vittoria dei compagni, sono diventati un involontario simbolo di povertà. I gerarchi vi esponevano il meglio della produzione sovietica. Cioè nulla. Cose che ai pochi turisti occidentali tiravano le labbra in un amaro sorriso. Adesso da Gum ci sono i corner di Cartier, Armani, Hermès, Max Mara, Breguet, Gucci, Rolex. Gum è il simbolo della nuova Russia: ricca (per pochi) e cafona. Luminarie, prodotti costosi, bar esclusivi. Ci può comprare solo chi ha tanti soldi. Perché quella russa è una società dove conta unicamente il denaro. Vesti Hermès? Sei qualcuno. L’eleganza vera, quella degli aristocratici belle époque che giravano il mondo con classe ineguagliata, non c'è più. Tornerà, se tornerà, tra molte generazioni. I nuovi oligarchi non fanno la fila nei ristoranti e nei musei mettendo mano a rotoli da 500 euro per pagare la loro inciviltà. C'è ancora, invece, nella notte sulla Piazza Rossa, l’intramontabile bellezza della cattedrale di San Basilio. Quelle cupole colorate che sembrano coni di gelato alla frutta, colpite dalla luce intensa dei riflettori, brillano nell’oscurità come gioielli. Sono così orientali, così lontane dalle nostre architetture di antichi europei, che non si capisce come facciano a entrare nel cuore e nell’anima nostra, a sedurci e stupirci. Eppure non c'è un italiano, un inglese un francese, che nel buio della notte dell’Est, rinunci a fare giri su giri attorno alla luce che rimbalza sulle pietrose cipolle della cattedrale, sui campanili rostrati, sui fregi decorati alla tartara. E’ un mistero insondabile, il mistero della bellezza. San Basilio è in contrasto totale con le mura semplici del Cremlino, rosse di mattoni. I contrafforti dell’antico castello della città corrono senza fronzoli per la piazza. Nessun decoro: solo i rudimentali merli ghibellini, copiati dagli stilemi di un’Italia lontana. Eppure anche quelle pareti purpuree, impastate di ombre, creano emozioni speciali. Dentro il loro perimetro è nato e cresciuto il potere degli zar, è lì che venivano conservati i grandi segreti dell’impero, è lì che Caterina scriveva le lettere a Voltaire, che Alessandro studiava le mosse di Napoleone, è li che i gerarchi rossi hanno combattuto le loro guerre intestine. Di nascosto dal popolo. Zinoviev contro Stalin, Stalin contro Trotsky, Berija con tutti e contro tutti. E poi Kruscev, Breznev, Gorbaciov, Eltsin, Putin. Quanta storia. Quante storie volteggiano nella notte sulla Piazza Rossa. Quanti fantasmi. Quanti sogni. E il ricordo di indimenticabili telegiornali in bianco e nero.

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<![CDATA[Tana Toraja, la terra dove regna la morte]]>Wed, 06 Nov 2013 09:40:46 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/tana-toraja-la-terra-dove-regna-la-morte
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A Tana Toraja è la morte che regola le cose della vita. E il bufalo d’acqua è l’unità di misura di entrambe, la vita e la morte. Tutto il presente e tutto il futuro sono legati a questo animale. E’ il segno della ricchezza terrena e l’antidoto al buio eterno, alla cancellazione dell’uomo dall’universo. E’ la possibilità concreta di godere di una nuova esistenza nell’alto dei cieli, un’esistenza di luce, immersa nell’azzurro e nel rosa vellutato che non si spengono mai. Nella dolcezza. Nella pace. A Tana Toraja, quando la gente muore può salire in paradiso solo accompagnata dai bufali, e, più i bufali sono numerosi, più le possibilità di andare in alto tra gli dei sono concrete. Quando una persona se ne va non viene sepolta. Il cadavere è conservato in casa, imbevuto di sostanze magiche, del succo di erbe e piante della foresta, di conservanti chimici più moderni e forse anche più efficaci, fino a che la famiglia non avrà i soldi per comprare i bovini necessari a portarlo tra i beati. Un corpo può restare insepolto per mesi, a volte anni, curato e venerato; poi, quando c'è il denaro, di solito nella stagione secca, tra luglio e agosto, ecco che si fa il funerale. Un evento per tutto il villaggio e per i villaggi vicini.
Per tutta Tana Toraja. I funerali dei ricchi della regione (per i poveri è tutta un’altra cosa, loro non avranno mai i bufali sufficienti, neanche indebitandosi a vita) sono i più incredibili e cruenti del mondo. Durano una settimana. Per celebrare la funzione viene allestito un grande villaggio provvisorio.
Vengono invitate centinaia di persone: tutti i parenti, tutti gli amici, tutti gli abitanti del paese e dei paesi vicini. Ognuno porta un dono alla famiglia del caro estinto. I familiari uno o più bufali, gli amici un maiale, i conoscenti cose di un certo pregio. I poveri un paio di sigarette. Alla fine, durante l’interminabile cerimonia che accompagna l’addio ai benestanti, si arriva a mettere insieme una cinquantina di bufali e un paio di centinaia di suini. Dopo ore e ore di preghiere, danze e canti, pagate le tasse, comincia lo sgozzamento. E il sangue corre per il villaggio temporaneo, come l’acqua in un ruscello. Un esattore se ne sta al centro della piazza, sotto la torre che fa da catafalco al defunto. Gli portano i maiali urlanti legati a pertiche di bambù come salami, lui li timbra e dà il permesso alla mattanza. L’odore dolce di sangue e di morte invade l’aria, pozzanghere rosse si aprono ovunque. La gente guarda al dolore delle bestie con un cinismo curioso e compiaciuto. Dietro le baracche si accendono i fuochi per passare gli animali allo spiedo. Dovranno bastare per sette giorni. Corre l’alcol, salgono ancora le preghiere, le danze continuano infinite, i canti si aprono neniosi verso il cielo. Sono strani cristiani, gli abitanti di Tana Toraja. Credono in Gesù, frequentano le chiese, ma sono rimasti animisti dentro. La loro religione antica prevale su quella nuova, portata dai coloni europei. I riti tribali su quelli cattolici e protestanti.

Non immaginateli come selvaggi coperti di penne e di pelli. Sono contadini spesso malnutriti, ma comunque vestiti all’occidentale e in gran parte dotati di cellulare. Piccoli borghesi che guidano moto (in prevalenza) e automobili, ricchi possidenti con villa e Mercedes, emigranti di lusso che hanno fatto fortuna in Papua Nuova Guinea e tornano per i funerali acquistando mandrie di bufali a quattromila euro a bestia. Magari hanno studiato, magari hanno viaggiato, ma nel profondo della loro anima dominano ancora i riti e le credenze degli antenati: in paradiso si arriva a cavalcioni di un bovino forte e coraggioso. L’alternativa è il buio eterno. Il funerale è anche il momento in cui la famiglia mostra al mondo il suo potere. Una sfida alla morte e alle altre famiglie. L’eterno rincorrersi di religione e politica. Di speranza per l’eternità e di ambizione terrena. Ma il funerale è anche divertimento: non c'è settimana di lutto che possa correre senza che vi sia una battaglia di galli, un cock fighting. E qui pochi bianchi, in genere ben visti ai funerali per dare ai vicini una prova di forza, vengono ammessi. La battaglia dei galli è ancora un momento crudele di sangue e arena. Migliaia di persone si assiepano in un’aia gigantesca. Al centro un vuoto di pochi metri quadrati per combattere la battaglia della morte e della vita. Decine di allibratori girano per raccogliere le scommesse. Entrano i galli, ognuno con una lama legata alla zampa come uno sperone. Con questa lama le bestie devono ferire o (di rado ci riescono) uccidere. Pochi attimi e l’odore mieloso del sangue è di nuovo padrone della scena. Urla, sudore, disperazione, speranza, mentre i galli cercano di volare più in alto dell’avversario per ferirlo cadendo.
Fino a che uno degli animali rotola a terra esausto. Gli allibratori distribuiscono il denaro delle vincite. C'è chi si è perso un mese di stipendio e chi l’ha vinto. Chi ha visto volare via i soldi per comprare i libri di scuola ai figli e chi si comprerà una bicicletta. Al gallo sconfitto, ancora vivo, viene tagliata la zampa che ospita la lama da combattimento. E poi il collo. Un’inversione logica assurda. Una crudeltà inutile che si ripete eterna. Per pochissimi eletti c'è poi la battaglia dei bufali. Si svolge in un grande prato circondato di piante e case. I bambini stanno sui tetti e sui rami. I grandi circondano il tappeto verde, senza nessuna protezione. Entrano le bestie. Colossi con monumentali colli di pietra. Cominciano a incornarsi. A spingersi, testa contro testa. A ferirsi. D’improvviso si stancano di massacrarsi tra loro e attaccano la folla. Sono potenti, agili e veloci. Uomini e donne scappano in ogni direzione. E’ questo il vero divertimento: sfuggire al pericolo e alla morte. Salvarsi. Come a Pamplona, ma senza barriere e ripari. A mani nude. Per un attimo la vita non vale più niente: quando l’animale è stato schivato ricomincia più bella e più seducente di prima. In attesa che due nuovi bufali entrino nell’arena. Si va avanti così finché la sera non viene a rapire il giorno e le sagome degli animali si fanno invisibili nel buio della notte. Domani a Tana Toraja riprenderanno le preghiere, le danze e gli sgozzamenti. Le tenebre lotteranno ancora contro il giorno e la vita contro la morte. Fino alla fine dei tempi.

Un paesaggio tropicale ricamato dagli stupendi tongkonan

La regione di Tana Toraja si trova sull'immensa isola di Sulawesi, che i coloni portoghesi chiamavano più dolcemente Celebes, incastrata tra Borneo e Papua Nuova Guinea. Il suo territorio si snoda attorno alla piccola città di Rantepao ed è caratterizzato dalla straordinaria architettura delle case dei nativi, più simili a barche che ad abitazioni.
Le chiamano tongkonan e le potete vedere nella foto sopra.
I tongkonan disegnano il paesaggio in modo straordinario aggiungendo alle bellezze della natura, le creazioni dell'uomo.
Il panorama di Tana Toraja è fatto di risaie, montagne dai pendii scoscesi coperte di foreste tropicali e profonde vallate. Assomigliano molto alle illustrazioni dei fumetti di guerra tra giapponesi e americani che leggevamo da bambini.
A Rantepao la gente vive con l'ossessione della morte e dei sepolcri. I ricchi si fanno seppellire nelle rocce. L'albero della gomma diventa il cimitero dei neonati. Si fanno dei fori nella piante e vi si mettono i cadaveri pensando che i bambini si nutriranno del latte della pianta e saliranno al cielo attraverso la punta dell'albero.
Il grande divertimento della popolazione locale sono i combattimenti dei galli e quelli dei bufali, visibili nelle foto.
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<![CDATA[Chobe, Zambesi, Okavango. In volo sull’acqua]]>Tue, 17 Sep 2013 09:26:33 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/chobe-zambesi-okavango-in-volo-sullacqua
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_In Africa Australe l’acqua porta la vita e la morte. E’ lo scultore che plasma il paesaggio, il  demiurgo che piega la natura al suo volere, il mago che crea situazioni incantate, il metronomo che detta i tempi delle giornate.
Per scoprire l’anima di questa fetta di mondo bisogna seguire i capricci dei fiumi e dei laghi. Si parte appostandosi lungo il confine che unisce lo Zambia e lo Zimbabwe, a pochi chilometri dalle savane del Botswana. Qui si trova “Mosi-Oa-Tunia”, il “Fumo che tuona”. Le cascate Vittoria.
Alte 128 metri, con un fronte di un chilometro e mezzo al termine della stagione delle piogge, sono le più grandi del mondo. Il più straordinario gioco d’acqua mai creato dalla natura. Il gran salto provoca una colonna di “fumo” visibile a 40 chilometri di distanza. Un rombo infernale che lacera le orecchie. Per questo gli indigeni le hanno chiamate Mosi-Oa-Tuna.
David Livingstone, il celeberrimo esploratore scozzese che le ha scoperte e rivelate al mondo occidentale nel 1855, le ha ribattezzate “Vittoria” in onore della regina più amata dai britannici. Livingstone arrivò alle cascate dopo tre anni di esplorazione lungo il corso dello Zambesi.
Il fiume nasce nelle paludi dell’altopiano dello Zambia, centinaia di chilometri a monte del “fumo tonante”, attraversa l’Angola seguendo un itinerario nervoso, scende lungo il confine del Botswana e si allarga placido in vista della frontiera che separa Zambia e Zimbabwe. Nulla lascia presagire il volo impossibile. Poco prima, tra una miriade di isolotti, piccole navi da crociera scorrazzano su una superficie liscia, quasi senza correnti, elefanti e ippopotami sguazzano tra le canne e i papiri; intorno tutto è fermo. Solo quel rumore possente e quella colonna di fumo parlano una lingua diversa. Si scende a terra e non si capisce perché i ranger del parco ti muniscano di un impermeabile che arriva fino ai piedi e di un ombrello da pastore. Ci si spinge avanti di poche centinaia di metri e, nonostante il sole alto nel cielo azzurro, parte una pioggia furiosa. Muggisce il rombo del tuono. Tra i cespugli  compare il colossale spettacolo del folle volo. Gli occhi non riescono a staccarsi da quel muro d’acqua interminabile che inizia in Zimbabwe e finisce in Zambia. Gli orecchi si perdono nell’immensità del suono. L’uomo è solo davanti alla potenza della natura, alla sua forza infinita. La mente, inquieta, precipita nel tutto insieme all’acqua e alla sua voce rombante.
In tanta violenza non manca la nota gentile: il sole plasma tra la nebbia un arcobaleno che va da sponda a sponda. E subito dopo un secondo, ancor più grande, che lo sovrasta con tinte indaco e violetto. Le cascate Vittoria non sono solo il punto di partenza alla scoperta del mondo d’acqua dell’Africa Australe. Sono un luogo che può dare al turista tutto quello che cerca dal continente nero. Riserve naturali popolate di animali, luoghi dove  praticare sport estremi come il bungee-jump e il rafting, paesaggi dolci come gli occhi di una gazzella, placide crociere sullo Zambesi, la vista indimenticabile del ponte ferroviario che corre sopra la stretta gola di basalto due passi a valle delle cascate Il delta dell’Okavango Se l’incontro dell’acqua di fiume con le rocce crea lo spettacolo di Mosi-Oa-Tunia, l’incontro con la sabbia ne produce uno altrettanto straordinario: il delta dell’Okavango. L’Okavango nasce in Angola, a Nova Lisboa, e dopo aver percorso centinaia di chilometri nel cuore dell’Africa Australe, entrato in Botswana, anziché dirigersi verso il mare, punta sul deserto del Kalahari e qui disperde le sue acque creando lagune, canali e paludi. Un’immensa distesa popolata di canne, papiri, acacie, mopane, palme makosani, ninfee, fior di loto, dove regna sovrano il profumo della salvia selvatica che ne popola ogni angolo.
L’arrivo sul delta dal cielo è un miraggio. La terra sembra una pelle di leopardo. L’azzurro delle lagune si mescola col giallo dell’erba rinsecchita e coi mille verdi dei cespugli.
Lame di luce salgono dai canali a fendere il cobalto del cielo. Nelle paludi occhieggia il rosa dei water lily. Tra una pozza e l’altra si muovono lente mandrie di elefanti e di giraffe.
Quando il piccolo biplano atterra lungo l’airstrip di Chief’s Island, nel parco nazionale di Moremi, due giovani leoni, tre leonesse e quattro cuccioli passeggiano ai bordi della pista, dove il terreno è più agevole e aperto che nella savana. E subito partono le raffiche delle Nikon.

I safari fotografici nel Delta sono diversi da quelli del resto dell’Africa. Le Land Cruiser si trasformano in anfibi. Si passa da un guado all’altro, da una laguna all’altra, si attraversano i canali e le pozzanghere. Si vedono i leoni e le iene camminare nell’acqua. Quando all’alba si abbandonano campi tendati e lodge per scendere sulle orme dei grandi felini il mondo sembra rovesciato: il rosa e l’arancio del cielo si specchiano di continuo nell’acqua confondendo il
basso con l’alto.
AMoremi si incontrano tutti gli animali della savana, tutti gli uccelli dei fiumi africani, ma Moremi è, soprattutto, il parco dei licaoni. I cani-iena. Piccoli come cani e simili al predatore-spazzino nella forma, hanno zampe lunghe, la testa robusta e orecchie grandi e arrotondate simili a radar. Vivono in gruppo e quando non cacciano si sistemano oziosi all’ombra delle acacie. Dormono, giocano, vigilano. Fanno una vita molto sociale, stanno sempre uniti e la collaborazione tra i membri del gruppo si fa massima durante la caccia, che avviene secondo una rigida organizzazione militare al comando di un solo individuo. AChief’s Island con un po’ di fortuna è possibile vedere il branco lanciarsi sulla preda, generalmente una gazzella di poco peso. Lo spettacolo è garantito, perché il licaone è capace di tenere una velocità di 55 chilometri orari per 6-7 chilometri, toccando punte di 65. Generalmente la preda viene catturata dopo soli tre chilometri. L’aggressività del cane-iena e la sua organizzazione sono tali che capita anche di vedere branchi assalire leonesse solitarie che insidiano il territorio di caccia del gruppo e, in questi casi, il leone volge in fuga.
Ciò che fa del Delta dell’Okavango un posto unico al mondo, però, non sono gli animali ma l’acqua. Il momento magico lo si vive tra un game drive e l’altro, quando, abbandonate le Land Cruiser, si sale sul mokoro, la microscopica barca degli indigeni. Lunga e sottile è nata apposta per muoversi tra le canne e i papiri del delta. La prima sorpresa è la trasparenza dell’acqua, chiara e fresca come quella di una fonte alpina. Non c’è fango nel delta. Solo sabbia. E la sabbia non intorbidisce mai la laguna, anzi, filtra lo sporco del fiume. Così, stando sul Mokoro si vede il fondo del bacino, con gli ippopotami che pascolano in cerca di alghe, con le tartarughe, i barbi e le coloratissime rane dell’Okavango, che rivaleggiano in iridescenza con petali e corolle.
In certi momenti sembra di essere in un quadro di Monet. E’ quando si aprono le canne lasciando spazio alle ninfee e ai fiori di loto. Allora è tutto un occhieggiare di azzurro, di rosa, di stami arancioni, di verdi foglie a forma di cuore. Tutto intorno c’è un silenzio cosmico, mentre il mokoro si lancia verso l’infinito che se ne sta nascosto dietro l’orizzonte.
Per un attimo ci si sente una cosa sola con il cielo e con l’acqua, si ha la sensazione di avere afferrato i segreti dell’esistenza, il delta è un sogno. La vita è un sogno. Sono veri invece i coccodrilli che si appostano sornioni sotto le foglie di loto in attesa di un buon pasto e si imprimono nella mente come fotografie indelebili. Insieme a tante altre foto di Chief’s Island: come il passaggio rapido dei leopardi che non si vogliono concedere allo sguardo umano, come gli occhi arancio dei leoni con le pupille piccole quanto un granello di sabbia, come l’urlo angosciante delle iene, come la carica di un elefante in calore, come il profumo asprodolce di salvia che esce dai cespugli schiacciati dalle ruote dei 4X4 e si fissa nelle narici alla maniera in cui le zecche si fissano sulla pelle del bufalo. Sono momenti magici, in cui il tempo resta sospeso e scompare la differenza tra un attimo e l’eternità, tra l’uomo e la natura. Sono i sortilegi dell’acqua africana che si ripetono incantevoli anche su un altro sciamanico fiume del Botswana.
Un fiume mitico, che cambia il suo nome man mano che discende verso valle. Nasce in Angola col nome di Kuando, diventa Linyanti appena passato il confine e si trasforma nel Chobe prima di andare a morire nello Zambesi.
Il Chobe, che regala il suo nome a uno dei parchi naturali più ricchi della terra, è un corso d’acqua placido e tranquillo che giunto all’altezza del Caprivi si allarga a mo’ di laguna. Di fronte alla striscia, che appartiene al territorio della Namibia, sta il parco, che fa parte del Botswana. Il confine spezza a metà il corso d’acqua, che viene ad appartenere a due Paesi diversi, perennemente rivali.
Adagiata al fiume, sulla riva namibiana se ne sta la regina di Chobe, la Zambesi Queen. Una nave da crociera dal fondo piatto, come quelle che corrono su e giù per il Nilo, che accompagna i viaggiatori in indimenticabili viaggi a fil di sponda, badando a non solcare mai la metà del Chobe. Per varcare il confine, ogni passeggero deve essere munito del visto dell’immigrazione del Botswana.
Inghippi burocratici a parte, la navigazione è un’esperienza speciale. Si scivola tra decine d’ippopotami, branchi di elefanti al bagno e coccodrilli, mentre sulle colline della sponda opposta passeggiano, eleganti, zebre e giraffe. La “specialità” della Zambesi Queen arriva all’ora del vespro: tramonti africani come quelli che si godono dalla tolda della nave sono rari da vedere. Il Chobe, grazie alla scarsa profondità delle sue acque, funziona come uno specchio e se di giorno riflette tutto l’azzurro del cielo, quando irrompe il tramonto ne raddoppia il rosso insieme al giallo del sole. Raddoppia le colline e le nuvole e i profili del mopane, delle acacie, dei cespugli, mentre salgono verso il cielo gli urli isterici dei babbuini.
Vista dai ponti dalla Zambesi Queen, la vita nelle colline del parco corre soffice e dolce. Giocosa. Gli elefanti si rotolano nel fango, le giraffe ondeggiano con grazia, antilopi e gazzelle saltellano tra i cespugli, i leoni riposano all’ombra.
Scesi a terra e compilato l’ennesimo visto per il Botswana, si entra a Chobe: nel meraviglioso paesaggio del parco, si scoprono le rudi regole del ciclo della vita del bush, che non sono poi così diverse da quelle del ciclo della vita degli umani. Nel grande parco degli elefanti - secondo le guide locali ne ospita centoventimila - dietro l’idilliaca bellezza dei panorami, che raggiungono e superano il fascino delle viste africane disegnate da Ernest Hemingway nei suoi racconti immortali, dietro la vivacità dei colori, l’incanto dei profumi, le luci terse dei meriggi, si nasconde l’incombente presenza di un convitato inquietante: la morte, la cui spada pende ad ogni istante sul capo di tutte le creature della savana.
Ciascun animale vive sotto una minaccia continua, un rischio permanente. Ognuno ha il suo predatore. La sete e la fame spingono verso l’agguato. E la morte se ne sta lì ad aspettare ai margini di una pozza o nel verde di un prato. Nessuna bestia è al sicuro tra le erbe e i boschetti del continente nero. L’esempio è quello della mangusta che scava il suolo per andare ad acciuffare gli insetti rintanati sotto terra. Sicuri di essere inattaccabili.
Invece, il “cacciatore” affamato, guidato da un naso che non sbaglia, si lancia in una ricerca spietata e sempre vittoriosa. Intanto, nel blu infinito del cielo, volteggia l’aquila, pronta a lanciarsi su una nuova preda. Si butta in picchiata, ghermisce la mangusta coi suoi artigli di acciaio, la porta in alto tra le nuvole e la lascia cadere al suolo per ucciderla e divorarla.
L’antilope, la gazzella, la zebra, ogni volta che si recano all’acqua, portatrice di vita e prima alleata della morte, per dissetarsi rischiano di finire tra le fauci di un leone o di un leopardo, di una iena o di un branco di spietati licaoni.
La minaccia incombe anche su Simba, il re della foresta. I documentari della Bbc ci hanno abituato a parteggiare per la piccola gazzella, ma se il leone non riesce a catturare la preda in una manciata di secondi, la sua esistenza e quella dei suoi cuccioli sono a rischio. La fame, il motore che muove il ciclo della vita e della morte, li strangolerà. Allo stesso modo, la mancanza di prede uccide il leopardo e la iena, il ghepardo e il licaone. Le leggi della natura non fanno sconti a nessuno.
Neppure all’elefante. Il pachiderma crepa in una maniera terribile: lo uccide il consumo dei denti. Attorno ai 60 anni, quando è ancora un gigante forte e vitale, il logorio dell’apparato masticatorio lo condanna all’inedia. Si apparta dal branco, si adagia sotto un’acacia e muore di stenti. Prima i leoni, poi le iene, infine gli avvoltoi si saziano del suo corpo un tempo invincibile.
Nessuno è al sicuro nel parco di Chobe. Dietro la patina del bello e del pittoresco strisciano ansie e paure.
Nelle grandi pianure dell’Africa australe sono i capricci dei fiumi a plasmare il paesaggio e la vita di uomini e animali
Il Delta dell'Okavango è il secondo più grande delta interno del mondo, dopo quello del fiume Niger. Si tratta di uno degli ecosistemi più insoliti dell’intero pianeta.

Inferno e paradiso

Ciascun animale vive sotto una minaccia continua, un rischio permanente.Ognuno ha il suo predatore. La sete e la fame spingono verso l’agguato. E la morte se ne sta lì ad aspettare ai margini di una pozza o nel verde di un prato.Nessuna bestia è al sicuro tra le erbe e i boschetti del continente nero.
Dopo aver percorso centinaia di chilometri, il fiume Okavango muore nel deserto del
Kalahari in Botswana,disperdendo le sue acque in una miriade di lagune, canali e paludi

Informazioni utili

Viaggiare in Botswana per un turista fai da te è piuttosto difficile. Meglio affidarsi a un tour operator specializzato.
Tra gli altri si segnala Scirocco Tours by Press Tours (www.sciroccotours.it) specializzato in pacchetti su misura in base alle esigenze di durata e di spesa.
Si avvale sia di strutture fisse e campi tendati. Da non perdere la crociera lungo il fiume Chobe sulla nave “Zambesi Queen” (www.zambeziqueen.com).
La nave è un albergo 5 stelle viaggiante ed è possibile scendere a terra per effettuare safari fotografici.
Per visitare il parco Chobe, un’ottima base è il Sanctuary Retreats Chilwero (www.sanctuaryretreats.com/lodges/botswana/chobechilwero.cfm).
Per chi vuole conoscere da vicino il delta dell'Okavango si consiglia il lodge di Chief’s Camp, sull’isola omonima nel cuore della riserva di Moreni (www.sanctuaryretreats.com/lodges/bot
swana/chiefs-camp.cfm).
Tra i resort attorno alle cascate si segnala lo Stanley and Livingstone  (www.stanleyandlivingstone.com) in Zimbabwe, nel più classico stile safari. I voli sul Delta dell’Okavango si possono realizzare con Helicopter Horizons (www.helicopterhorizons.com).
Info: Botswana Tourism www.botswanatourism.co.bw.
Per informazioni in italiano: AIEA, info@espertiafrica.it.
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<![CDATA[Massachussets]]>Wed, 11 Sep 2013 08:29:33 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/massachussets
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Viaggiare per le strade del Massachusetts è come sfogliare un libro verde e profumato di muschio. Non un libro qualsiasi, ma un libro sofisticato, per un lettore un po' speciale che ama conoscere l'origine dei romanzi e dei poemi, lo svilupparsi delle idee e dei sentimenti. Una storia della letteratura americana dell'Ottocento scritta lungo i fiumi serpeggianti e le strade infinite, nei boschi bagnati di rugiada e nei giardini ombreggiati che circondano case di legno dipinte di azzurro stinto e rosa pallido. La letteratura americana è il Massachusetts e il paesaggio del Massachusetts porta scolpite le storie di vita degli autori che l'hanno creata. Lo spirito di questa terra verde, libera, giovane, fresca è lo stesso che anima i libri dei giovani autori a stelle e strisce che, ad inizio secolo, hanno fatto irruzione sulla stanca scena della cultura mondiale e hanno portato una forza così nuova e penetrante che da allora nulla è stato più uguale a prima. Ognuno di loro rappresenta un punto sulla cartina geografica di questo spicchio di New England. E spesso i punti sono uno vicino all'altro, si sovrappongono. Come succede nella piccola città di Concord, a un tiro di schioppo da Boston, dove, sull'esempio dell'antica Atene e della Firenze del quattrocento, si sono incrociate le vite di una comunità di grandi autori. A Concord è nato e vissuto Henry David Thoreau (1817-1862), uno dei padri del «rinascimento americano», l'ispiratore di intere generazioni di scrittori in lotta contro le ingiustizie sociali e i pregiudizi morali, propugnatori della libertà e dei grandi spazi, anarchici e generosi cacciatori di nuove frontiere. La sua è una vita (e un'opera letteraria) di audaci ribellioni e di nobili battaglie. Fu lui a scrivere «Disobbedienza civile» che, amata da Tolstoj, divenne il manifesto della lotta non violenta di Gandhi e la Bibbia degli autori della Beat Generation.
Pur nato a Boston, è a tutti gli effetti cittadino di Concord Ralph Waldo Emerson (1803-1882) autore dell'orazione «Il dotto americano», considerata la dichiarazione di indipendenza intellettuale della letteratura del nuovo mondo. L'orazione riprende le idee espresse in quella sorta di Vangelo dell'intellettuale Yankee che è «Nature», il libro che teorizza lo spirito di una nazione e di una cultura nascenti: l'unità tra la natura e l'anima, tra i grandi paesaggi e l'uomo, la centralità dell'individuo in ogni sistema filosofico così come negli spazi sterminati del nuovo continente. Nella microscopica Concord, visse a lungo un gigante del calibro di Nathaniel Hawthorne (1804-1864) l'autore de «La lettera scarlatta» e de «La casa dalle sette torri». Anche l'autrice di «Piccole donne», Louisa May Alcott (1832-1888) abitava qui. E conviene cominciare proprio da casa sua la visita di Concord. Perché proprio nel giardino della «Orchard house», la sua abitazione, il padre di Louisa, Amos Bronson, aveva costruito la sua «scuola di filosofia» dove si ritrovava con Waldo Emerson, Henry Thoreau e Nathaniel Hawtorne a parlare della natura, della vita e dell'America. A pochi passi dalla Horchard ci si trova davanti alla bellissima villa in stile inglese (pardon: New England) di Emerson. La casa di un grande borghese, un uomo che, divenuto ricco e famoso grazie alle proprie opere, amava ricevere nel buen ritiro di Concord tutti i grandi della lettura americana e gli europei di passaggio da Boston. Ma soprattutto amava conversare con l'intimo amico Thoreau, che quando usciva dalla sua capanna nei boschi, viveva, graditissimo ospite, nella villa del compagno di sempre parlando di poesia e libertà. E, finalmente, consumando un buon pasto.
Una camminata di un quarto d'ora e si raggiunge l'Old Manse, la casa in cui abitarono gli antenati di Emerson e che, poi, divenne la residenza di Hawthorne. Dietro corre il fiume in cui lo scrittore si bagnava nei pomeriggi d'estate. Dentro c'è la biblioteca: quattromila libri scritti in tutte le lingue. Le poesie di Tasso e Ariosto, con i saggi su Tasso e Ariosto. Le opere di Shiller e Goethe, coi saggi su Goethe e Shiller. In italiano e tedesco, naturalmente. Perché questi signori scrittori del Massachusetts conoscevano le lingue alla perfezione. Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882), il primo traduttore di Dante in America, per esempio, ne parlava otto e ne leggeva 12. E visitare la sua casa di Cambridge, a un passo da Boston e a una cinquantina di miglia da Concord, è un'emozione unica. La biblioteca contiene 16 mila volumi. Su un tavolino dello studio è conservata una «Divina commedia» stampata da chi? Da un certo signor Bodoni tipografo in Parma. Longfellow aveva sposato una delle donne più ricche d'America e la sua casa (che era stata la casa di Giorgio Washington) ospita il meglio della pittura e dell'arredamento europeo e americano del tempo. E' una casa, che, come quella di Emerson e Hawthorne, parla e racconta; ma non c'è casa che parli e racconti più di quanto non faccia quella di Emily Elizabeth Dickinson (1830-1886) ad Amherst, nell'estremità ovest del Massachusetts. Tra le sue mure, fin dalla gioventù, la poetessa si è segregata isolandosi da tutto e da tutti e da qui ha scritto quelle meravigliose «lettere al mondo» che sono le sue poesie. Ci si può sporgere dalle finestre da cui Emily contemplava la natura selvaggia lontana e da cui immergeva lo sguardo e la penna su quel microcosmo felpato che erano il giardino domestico e la strada principale di Amherst. Una natura, una strada e un giardino che erano il suo mondo e la sua poesia. Ci sono, nei comò della camera, i cassetti in cui riponeva i fogli coi versi, seppellendoli lontano dal mondo. Quei versi, riportati alla luce dopo la sua morte, con le loro innovazioni metriche, ritmiche e sintattiche, hanno cambiato il modo di concepire la poesia. Lì, in piedi davanti alle finestre, si capisce come sono nati. Così come i boschi di Concord, selvaggi e ribelli, raccontano la nascita delle opere di Thoreau e di Emerson.
Il Massachusetts è una terra da sfogliare: ci vogliono montagne di libri per raccontare quello che una settimana nei boschi, lungo i fiumi, sui canali, nei laghi e, soprattutto, nelle case del New England può insegnare a chi ama la letteratura americana.

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<![CDATA[Komodo e Rinca le isole dei draghi]]>Wed, 04 Sep 2013 20:47:02 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/komodo-e-rinca-le-isole-dei-draghi
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Il paradiso degli animali senza tempo si trova nel cuore dell’arcipelago più grande del mondo: l’Indonesia. Diciassettemila isole; cinque ore di volo da Sumatra, quella più occidentale, sprofondata nell’Oceano Indiano, a Papua, l’estremo orientale, in pieno Pacifico. Nel centro, un grappolo di puntini che sulla carta geografica sembrano granelli di sabbia: Komodo, Rinca, Padar, Rengah, Punya e le loro cento microscopiche sorelle galleggianti. Dal lato dove nasce il sole, a proteggerle, c'è la gigantesca sagoma di Flores. E’ qui, dalla città di Labuan Bajo, che parte il safari alla scoperta della profondità dei millenni, all’interno di un’arca di Noè dove mancano, davvero, solo i liocorni. Per il resto gli animali impossibili ci sono tutti: dal cobra sputacchione alle volpi volanti, dalle mante ai calamari giganti, alle stelle marine grandi come soli. Ma il re dell’arcipelago è il varano. C'è chi parte dal Canada, dalla Finlandia o dalla Cina, affronta trenta ore di volo e una crociera su barconi inaffidabili, solo per vedere questo drago preistorico antico come un dinosauro, brutto come uno scorfano, spietato come un coccodrillo, ributtante come un avvoltoio o una iena. Orrendo e affascinante. Vile, senza un briciolo di anima. Violento. Cannibale eppure seducente. Quando non si nutre di carogne puzzolenti, attacca le sue prede in modo proditorio. Le uccide dopo lunghi agguati, non con la forza del suo morso ma con i sessanta e più batteri letali che vivono nella saliva rossa come il sangue. Disseppellisce i cadaveri nei cimiteri tropicali e mangia i suoi figli che sono costretti a rifugiarsi sugli alberi per sfuggire alle fauci della madre. Aggredisce senza ragione chi gli ronza intorno. Il governo indonesiano ha creato per il varano il Parco nazionale di Komodo, che si estende pure su Rinca ed alcune isolette vicine, ma anche entrando in quest’area protetta, non è facile vedere il drago. Ci sono viaggiatori che, dopo avere macinato migliaia e migliaia di chilometri in cielo e in mare, tornano a casa senza averlo incontrato.

In ogni caso, la caccia fotografica al lucertolone vale da sola il viaggio. Il panorama di Komodo e di Rinca ha la dolcezza, l’immensità, il mistero della savana africana. Le stesse colline che si aprono all’infinito come le labbra si aprono al sorriso, la stessa erba rinsecchita, gli stessi cieli carta da zucchero, ma con le palme, lunghe e snelle, a bucare l’aria al posto delle acacie. In fondo all’orizzonte, il verde e il turchino del mare, con una sterminata catena di isole che si perdono nel vapore salato dell’acqua. Per avere delle buone chances di trovarsi a tu per tu con la preistoria bisogna scegliere il trekking più lungo: chilometri e chilometri da percorrere tra invisibili serpenti velenosi, bufali selvaggi, cervi, scimmie, farfalle variopinte, boschetti di palme, cespugli spinosi, zanzare, salendo e scendendo pendii dolci come il miele ma insidiosi e traditori.
Durante il safari non c'è più il tempo, non c'è più lo spazio, c'è solo la speranza di incontrare il drago. Di incontrare la bestia come la incontravano i nostri antenati migliaia di anni fa, spaventati dalla sua mole, attratti e respinti dall’aspetto repellente, inorriditi dalla bruttezza sinistra. Le camicie inzuppate di sudore, i piedi dolenti, il battito del cuore incontrollato, le punture degli insetti: tutto si cancella quando il varano appare accovacciato sotto una roccia. E’ un attimo; il cervello, il cuore, i muscoli e il sangue vivono un’emozione intensa, non nuova, che ci siamo tramandati di padre in figlio nei secoli dei secoli. Un’emozione che sta nascosta nel nostro patrimonio genetico e che la vista di quella corazza spessa, di quelle zampe brutalmente artigliate, di quell'immenso corpo di lucertola guerriera, risveglia attraversando la notte dei tempi. Quello che colpisce di più è la sterminata lingua biforcuta che di continuo entra ed esce dalla bocca del drago alla velocità della luce. Quella propaggine arancione e marrone è l’unico contatto che un animale senza udito e con una vista debole ha col mondo. Fa da naso, da orecchio e da occhio. Gli serve come un radar per localizzare, assaporare e annusare gli stimoli.
Con l’aiuto del vento e grazie alla sua abitudine di spostare, mentre cammina, la testa da un lato all’altro, il varano è in grado di individuare la carcassa di un animale morto a distanze variabili tra i quattro e i dieci chilometri.
La sua mole è impressionante: in età adulta è lungo quasi quattro metri e pesa settanta chili, la lucertola più grande del mondo. E’ velocissimo. Quando scatta verso le prede raggiunge, per alcuni secondi, la velocità di venti chilometri all’ora, come Mennea.
Spesso si scaglia verso i visitatori del parco. E’ impressionante vedere come, quando attacca, i rangers lo tengono a bada servendosi di una bastone di due metri, biforcuto come la lingua del drago. Gli danno un colpetto sulla pancia e il mostro si placa. Alza la testa e esplora l’aria con la lingua, il corpo completamente immobile. Per vedere i draghi scatenati bisogna essere sull'isola in agosto, nella stagione dell’accoppiamento. Siccome ci sono tre maschi per ogni femmina, la lotta per la conquista è spietata. Non di rado termina con la morte di uno dei contendenti che finisce mangiato dall’altro. Più spesso il soggetto più debole si ritira fuggendo per salvare la vita.
Dopo l’accoppiamento i varani depongono le uova in modo singolare: scavano alcune buche vicine tra loro, diverse grandi e una piccola. Proprio in questa, per ingannare i predatori, depongono i grossi gusci, una quindicina o anche più. La gestazione dura otto mesi e, appena nato, il lucertolino inizia a vivere sui rami delle piante per sfuggire alla madre assassina e cannibale. Ai viaggiatori più fortunati, capita di vedere queste bestiole stese a prendere il sole sui rami più alti degli alberi morti, nel disperato tentativo di scaldare il loro sangue freddo. Ci vogliono otto anni per trasformarsi da lucertolina in drago adulto, dopo di che per il varano ci sono ancora una ventina di anni di vita. Un esemplare maturo è in grado di attaccare e uccidere (grazie ai micidiali batteri che inocula) un bufalo selvaggio. Ha solamente poche papille gustative situate sul retro della gola e gli è sufficiente mangiare una decina di volte in un anno. Le sue squame  durissime, quasi ossee, specialmente quelle attorno alle orecchie, agli occhi e alle labbra hanno placche sensorie connesse a nervi che dotano l’animale di un senso del tatto sviluppatissimo. Gli occhi del varano, di fatto morti, sono due grandi specchi concavi che riflettono un panorama deformato e senza tempo. Il mondo della preistoria.
COME ARRIVARE
Il Parco nazionale di Komodo fa parte di un arcipelago di piccole isole al largo della super isola di Flores. Ci si arriva via mare dall'isola maggiore, in particolare dall'aeroporto di Makassar, raggiungibile dalle principali città dell'Indonesia. In genere le agenzie locali organizzano crociere di tre giorni e due notti che prevedono immersioni, snorkeling e trekking alla ricerca dei varani.

Il nostro viaggio è stato organizzato da www.come2indonesia.com
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<![CDATA[I lapislazzuli di Samarcanda]]>Wed, 04 Sep 2013 09:01:34 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/i-lapislazzuli-di-samarcanda
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Uzbekistan: la parola suona male. Ricorda una zona indefinita dell’Unione Sovietica, sollevatori di peso sul podio olimpico, nuotatrici ritmiche in piscina. Quando è caduto il comunismo, poi, nessuno si è più chiesto come sia finita quella oscura Repubblica. Anzi, la maggioranza di noi si è resa conto di non aver mai saputo dove si trova esattamente. Da qualche parte, vicino al Kazakhstan e al Kyrgyzstan, negli immensi spazi dell’ex Unione.
Samarcanda, invece, suona bene. E’ un nome magico, evoca cupole azzurre e minareti, odalische, sogni infantili decorati di tappeti volanti, la «Via della seta» e la musica dei cantautori.
Eppure se un giorno vorrete vedere la mitica Samarcanda, la città dove la morte, vestita da vecchia signora, aspetta i giovani guerrieri per portarli via con sé, scoprirete che si trova in Uzbekistan e scoprirete pure che l’ex repubblica sovietica è una delle terre più nobili e belle e ricche di storia del nostro stanco pianeta.
Fin dal secondo secolo avanti Cristo, le grandi carovane di mercanti che portavano la seta dalla Cina al mondo Occidentale, scavalcate le montagne del Pamir, erano obbligate a passare attraverso le oasi rigogliose e accoglienti dell’Uzbekistan, ai bordi delle quali grazie alle ricchezze portate dai traffici tra Est e Ovest, sono nate le mitiche città di Bukhara, Urgench, Kiva, e, bella tra le belle, Samarcanda.
Civiltà sono morte e nate, secoli di storia sono volati via, ma il flusso di merci lungo questa vitale arteria, protetto dagli eserciti e vessato da gabellieri, non si è mai interrotto. I grandi spazi tra Caspio e Pamir sono passati da mani persiane a mani arabe, dai turchi, ai mongoli di Gengis Khan, all’armata arcobaleno di Amur Temir -il Tamerlano - eppure i cammelli hanno continuato, lenti e inesorabili, a portare la ricchezza sulle loro gobbe. E le oasi uzbeke si sono trasformate in città meravigliose, ricche, sofisticate, dove l’archittetura araba ha toccato i punti più alti, dove sono nati e vissuti i più celebrati poeti e i più valenti astronomi del mondo islamico, matematici, teologi, filosofi, medici. Per controllare la via della seta, sono stati versati fiumi di sangue: Gengis Khan e Tamerlano hanno commesso stragi orrende, ma ai loro occhi di satrapi, perle dello splendore di Bukhara e Nukus valevano qualsiasi prezzo.

Basta lasciare l’aeroporto di Urgench, salire sul pullman per Kiva e dopo meno di un’ora ci si trova davanti ad un paesaggio da favola: cupole turchine, minareti rossi gialli e verdi, ceramiche incantate sui muri, arabeschi sulle porte. Colonnati, archi arditi, fregi. Il centro storico della città, chiuso dalle antiche mura, ospita decine di moschee e sedici madrase, le scuole dove i giovani studiavano il corano. Ognuna di esse è un capolavoro di architettura, e, insieme, formano un tutto armonico, un tripudio di colori e di forme arcane che evoca suoni e profumi che non ci sono più, ma che è facile cogliere nell’aria, sciogliendo un poco le briglie della fantasia. Quando il sole scende dietro le mura e il viola del tramonto viene divorato dal nero della notte, Kiva, illuminata dalla luna e dalle stelle, diventa ancor più magica. Le cupole si trasformano in tonde colline, i minareti in ripidi picchi e il vento, tiepido e dolce, accarezza le ceramiche fiorite.
Nove ore di corriera verso sud-est tra deserti, campi di cotone, ancora deserti, peschi e ciliegi in fiore, nuove dune ed ecco spuntare, nella luce abbagliante di metà giorno, le alte ciminiere di Bukhara, il più grande mercato di schiavi dell’antichità. Sì, da lontano, quei minareti costruiti in mattone rosso tanti secoli fa (il più vecchio ha 850 anni), sembrano i giganteschi camini che sormontano le fornaci della nostra Bassa. E il paragone coi capolavori islamici riverbera sui piccoli tesori dell'archeologia industriale parmense una luce nuova ed esotica, che suona come un ammonimento a tenerli in vita, a valorizzarli.
Entrare nella vasta piazza del Kalon, per secoli il minareto (e l’edificio) più alto dell’Asia centrale, è come entrare in un quadro di Giorgio De Chirico. Spazi chiusi e tuttavia sterminati, geometrie inquiete, silenzio assoluto, luci radenti, il tempo come sospeso e, su tutto, la sensazione di una presenza grandiosa e indefinita. Neppure Gengis Khan, il più accanito demolitore che la storia ricordi, conquistata e rasa al suolo Bukhara, osò toccare il Kalon.
Per i musulmani Bukhara è una città sacra. Un grande arazzo che hanno voluto arricchire dei ricami più preziosi. La parte laica e profana della città non è da meno di quella religiosa. Le cupole dell’antico bazar coperto sono di una grazia particolare, e sotto si agita un mondo di commerci pittoresco e affascinante: argenti, pietre dure, tappeti, vecchi orologi, tovaglie, pelli conciate e perfino icone russe.
I sudditi di Tamerlano chiamavano il loro tiranno «l’ombra di Dio sulla terra». La sua capitale, Samarcanda, doveva per forza essere «l’ombra del paradiso». E il satrapo, coi bottini raccolti in un impero che si estendeva dai confini della Cina fino ai bordi del Mediterraneo, la rese tale. Una città dove, quando il sole è alto sull’orizzonte, le cupole si mescolano col cielo in un unico colore. Mentre lontane sorridono le vette del Pamir. A Samarcanda tutto è grandioso. A partire dal Registan l’immenso complesso di moschee, minareti e madrase che da secoli stupisce i viaggiatori per la sua mole immensa e al tempo stesso leggera. Un enorme blocco di mattoni rossi, ceramiche turchine, stucchi, arabeschi, che incombe su chi lo guarda come un disco volante sospeso a mezz'aria. Dalla città moderna spuntano qua e là isole di antico, sono mausolei, ancora moschee, e l’osservatorio astronomico di Ulughbek, il nipote di Tamerlano che invece di girare per l’Asia a caccia di bottini e di sangue preferiva passare le sue notti con gli occhi al cielo per scoprire i segreti delle stelle. Compilò le più perfette mappe celesti mai realizzate, studiò e insegnò la filosofia e la matematica e fece scolpire sulla porta dell’osservatorio la scritta: «La conoscenza è un dovere per ogni musulmano, uomo o donna che sia».
Un gruppo di fanatici religiosi che preferivano la spada all’astrolabio e ritenevano che la conoscenza si dovesse fermare al Corano, assalì Ulughbek e lo uccise. Subito dopo sprofondarono il regno in una serie interminabile di guerre. Prima di morire il giovane sovrano aveva arricchito la capitale di nuovi spettacolari monumenti, portandola all’apice della sua bellezza. Per sempre nel mito. Una volta almeno andate nell’oasi Uzbeka, perché come dice la canzone di Roberto Vecchioni «Non è poi così lontana Samarcanda, / corri cavallo, corri di là, / ho cantato insieme a te tutta la notte / corri come il vento che ci arriverà...»

 

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<![CDATA[La Réunion]]>Wed, 21 Aug 2013 08:35:56 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/la-runionImmagine
La Réunion è verde e nera. Verde per la straripante vegetazione tropicale, nera per le sue spigolose rocce vulcaniche. Non assomiglia a nessuna altra isola dell'Oceano indiano. Le «vicine» sono piatte e sabbiose, lei è montagnosa, con picchi da fare invidia alle Alpi. Nel suo cuore si nasconde il «Piton des neiges» una vetta da 3069 metri di altezza. Uno dei pochi luoghi dei tropici in cui, di tanto in tanto, cade la neve.
Ma il vanto dell'isola è il «Piton de la Fournaise», il suo vulcano, alto 2631 metri. È il simbolo de La Réunion, che migliaia di anni fa era un unico grande cratere. E ancora oggi il colore della lava macchia il territorio. Nere sono le scogliere, neri i picchi, nera la terra, neri i sassi a vista delle case più povere. E tutto attorno il verde di una vegetazione tropicale lussureggiante, nutrita dalle piogge che bagnano l'isola: mentre sulle spiagge splende sempre il sole, all'interno le vette attirano le nubi come calamite e a lunghi momenti di sereno si alternano scrosci copiosi quanto improvvisi.
I gioielli più apprezzati dai turisti sono i tre cirque che formano il cuore dell'Isola: Mafate, Salazie e Cilaos. I cirque sono degli ibridi meravigliosi, un incrocio tra i canyons americani e le vallate alpine. Ai bordi catene lussureggianti di cime tinteggiate di mille verdi diversi; al centro giagantesche depressioni frustate dalla caduta di decine di limpide cascate d'acqua. Qua e là piccoli punti colorati: i villaggi creoli, molti raggiungibili solo a piedi o in elicottero. I cirque sono il paradiso dei trekker, l'Olimpo di chi ama camminare in montagna sprofondato in paesaggi pittoreschi e incantati, avvolto dagli stordenti profumi dei fiori tropicali. Un'escursione lungo le sponde di Mafate vale da sola il viaggio. Ripaga di ogni fatica.
Ma il godimento degli splendidi rilievi dell'isola non è un'eslusiva degli sportivi: anche i pigri possono procurarselo. Due compagnie locali mettono a disposizione i loro elicotteri per il sorvolo de La Réunion. E, visti dall'alto, il Piton de la Fournaise, il Piton des neiges, i cirque, e le acque color indaco dell'Oceano sono ancor più maestosi e seducenti.

Il fascino del tropico non è solo natura e spiagge: l'isola vive di suggestioni particolari, atmosfere uniche. Nell'aria vagano voci creole che raccontano le storie di grandi bucanieri e implacabili cacciatori di schiavi. Miti e leggende vengono alimentate da racconti che si perpetuano nei secoli. Servi che fuggono sulle montagne in cerca di libertà e vengono inseguiti da torme di cani. Pirati che hanno affondato le navi della Compagnia delle Indie in rotta per l'Europa. Duelli tra cuori nobili che si contendono l'amata. E quando pensi che tutto sia frutto di fantasia, entri negli stupendi cimiteri marini arrocati sull'oceano, sferzati dall'aria salmastra e impreziositi dal verde: è qui che trovi le tibie e il teschio impressi sulle tombe dei corsari impiccati sul pennone delle navi di «sua maestà il re di Francia», oppure l'arma di una nobile famiglia scolpita sulla lapide dell'innamorato ucciso in duello, o i sassi neri che custodiscono i resti di un cacciatore di uomini. E' in questi cimiteri incantati, più belli e curati di un giardino, che si sente tutto il peso della storia dell'isola, l'ultimo avamposto francese sulla rotta delle Indie.
Una terra di padroni e di schiavi. Dove, per marcare le differenze, ai servi era proibito portare il cappello. Anche quando tagliavano la canna da zucchero sotto il sole cocente. E quando la schiavitù fu abolita, per decenni i neri non osarono mettere il copricapo. Fino a che, ai primi del Novecento, un politico locale progressista, durante la campagna elettorale, fece arrivare migliaia di cappelli dalla Francia, li distribuì ai «colored» e vinse le elezioni.
Sull'isola si trovano tutte le tinte che la pelle di un uomo può avere, dal nero più scuro dei discendenti degli schiavi africani, al bianco intenso degli eredi dei primi coloni francesi: ci sono i discendenti dei mercanti indiani, dei braccianti asiatici, degli arabi in cerca di spezie e anche di italiani giunti fin qui non si sa come e perché; nel cimitero marino si trovano le loro tombe erose dal sale e dal tempo. Tutte le razze si sono incrociate tra loro dando vita a un'unica cultura creola. Sono nate una lingua creola, una musica creola e, soprattutto, una cucina creola, che, come i paesaggi dei cirque, da sola, vale il viaggio a La Réunion. La raffinatezza dei manicaretti francesi si incrocia con la potenza delle spezie indiane, con l'eleganza esotica dei piatti cinesi e tailandesi, coi terragni sapori africani. Mangiare sull'isola, anche in una povera osteria sui monti, è un piacere indimenticabile, un impareggiabile viaggio nelle cucine del mondo. Un trionfo inebriante di diversità.
La combinazione di ricche piogge e sole tropicale ha trasformato l'isola in un piccolo eden. Ovunque si aprono orti botanici e giardini, vere e proprie foreste dentro le quali il viaggiatore si può perdere come in un sogno. La pianta del pepe si alterna con la cola; la papaya con i lichy, mentre le orchidee, parassiti delicati e carnosi, pendono molli dai rami di alberi color smeraldo. E' proprio l' orchidea la regina dell'isola: da una delle sue infinite varietà nasce la vaniglia. Un grande fagiolo lungo e nero che dopo mesi di trattamento e stagionatura diventa la matrice dei più sofisticati piatti creoli e di alcune ghittonerie della pasticceria europea.
Atmosfere incantate, sapori e colori fanno dell'isola un paradiso, una sirena che attrae irresistibile chi ama il trekking, il sole e gli sport di mare.

(Di Luigi Alfieri - da Gazzetta di Parma del 28 aprile 2004)
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<![CDATA[Cabarete]]>Thu, 15 Aug 2013 07:51:20 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/cabarete
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Sono centinaia. Sono rossi, gialli verdi, neri. Si muovono alla velocità delle nuvole perché, come le nuvole, sono spinti dal vento. Li chiamano aquiloni, kite in inglese, ma assomigliano di più ai paracaduti. E per ogni paracadute ci sono un uomo e un'assa trainati sulle onde a velocità pazzesca. La baia di Cabarete è il tempio del «kite surf». Lo sport che furoreggia lungo la costa atlantica del Nord America e nelle isole del Caribe.
Proprio qui, davanti alla spiaggia privata del Viva Wyndham resort, si svolgono ogni anno i campionati del mondo della specialità. E ogni giorno si allenano alcuni dei più grandi campioni americani ed europei. Il kite surf è diventato la risorsa principale di Cabarete, graziosa cittadina affacciata sull'oceano Atlantico lungo la costa nord ovest della Repubblica Dominicana, a venti minuti di auto da Puerto Plata.
L'ultima nata tra le «star» di un Paese che del turismo ha fatto la propria ragione di vita deve fama e successo agli alisei, che ogni mattina alle undici e ogni pomeriggio alle 15 arrivano a gonfiare nuvole di aquiloni e infinite distese di vele da wind surf.
Ma Cabarete non vive solo di vento. Qui si trovano gli ingredienti che hanno trasformato l'Isola scoperta da Cristoforo Colombo in una potenza turistica: palme, sole, lunghe spiagge bianche, un clima dolce che anche in inverno non scende mai sotto i 24 gradi. E ancora, musica, allegria, i profumi delle spezie e del tabacco. Siamo ai tropici: si può fare la più molle e pigra vita di spiaggia, ma si può anche fare di più: scoprire l'inaspettata ricchezza di una natura che da il meglio di sé nell'entroterra.
Alle spalle di Cabarete si sviluppano quelle che qui, con un'enfasi un po' ingenua, chiamano le Alpi dei Caraibi. Montagne che si potrebbero paragonare ai nostri Appennini se non fosse per il fatto che le foreste, anziché di querce, sono popolate di palme e di piante tropicali. Il trekking di alta quota tra i boschi odorosi di tropico è una gioia esotica.
Il rafting nelle acque calde e impetuose dei fiumi montani un'emozione forte. Come forti sono i brividi che vengono scalando i burroni rocciosi del Salto del Limòn. Dopo avere passato qualche ora sudando sui rilievi è ci si rilassa riscoprendo i colori del tramonto sull'Atlantico. La costa si tinge d'argento mano a mano che il sole sprofonda nell'acqua. L'oceano si macchia di indaco, di rosa, di violetto. Gli alisei si spengono, il mare si placa. Il paesaggio diventa una grande cartolina, mentre, magari, in pianura Padana c'è una bella nebbia con visibilità zero.
La Repubblica Dominicana non è solo natura; attorno a Cabarete soffia anche il vento della storia: è a pochi chilometri da qui che, nel 1492, Cristoforo Colombo sbarcò dalla caravella Santa Maria e fondò la prima città del nuovo mondo, La Isabela. Oggi si possono ancora visitare i resti della sua abitazione e della chiesa in cui venne celebrata la prima messa «americana».

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<![CDATA[Una sinfonia di mille colori]]>Wed, 31 Jul 2013 18:33:03 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/una-sinfonia-di-mille-colori
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_Il silenzio irreale dell’altopiano è rotto solo dalla voce potente dei colori: il rosso sangue dei papaveri, l’azzurro pervinca dei fiordalisi, il giallo e il bianco delle margherite, l’indaco dei cardi, il lilla del pisello selvatico. Una distesa immensa e piatta, vestita come un festoso Arlecchino, circondata dalla catena dei monti Sibillini, testimoni instancabili dello scorrere dei millenni, del rinnovarsi delle primavere, a tratti aguzzi e maestosi e con le cime coperte di neve, a tratti dolci e rotondi, come dune immobili. Sul lato occidentale della pianura si alza, rapida, una collina e sopra dorme, da otto secoli, Castelluccio, la borgata regina della magia e delle leggende.
Siamo nel sud dell’Umbria, a centoventi chilometri da Perugia e centottanta da Roma. Qui l’uomo e la natura hanno costruito un paesaggio sublime. Una tela di Mondrian con inserti dei tessuti di Missoni. Nel Pian Grande e nel Pian Perduto da sempre si praticano due attività: la pastorizia e la coltivazione della lenticchia. Nella terra riservata al pascolo il miracolo accade nella tarda primavera: in pochi giorni l’immensa area verde si colora del giallo dei tulipani selvatici e dei narcisi.
Distese infinite da cui sale al cielo un profumo inebriante, che, secondo la leggenda, nelle notti di luna piena, scavalca le vette dei monti della Sibilla, sale, sale, sale fino a raggiungere le stelle dell’Orsa e del Capricorno. Un sentore di miele che entra nei faggeti, penetra nelle case, si spande nella bella chiesa rinascimentale del borgo, dona un tocco gentile alle locande, si infila nella grotta della Sibilla, la maga che dispensa oracoli e rapisce giovani piacenti. E’ la prima, grande, fioritura.
La seconda arriva coi caldi estivi e la regalano i campi di lenticchie. Piccoli appezzamenti geometrici, un po' triangoli, un po' quadrati, un po' trapezi, qualche rombo, tanti rettangoli, stretti l’uno all’altro per non perdere un centimetro di spazio. E ogni figura ha un suo colore. Spesso diverso da quella accanto. Le povere lenticchie, in sé, avrebbero dei fiorellini pallidi e bianchi e degli esili steli verdastri: sono le infestanti che danno luce alla piana.
Quassù, a oltre millequattrocento metri sopra il livello del mare, non si possono usare i diserbanti e così papaveri, fiordalisi e margherite soffocano le lenticchie e lanciano verso il cielo fiammate di colore. Dalle strade bianche che tagliano i pendii dei monti si gode uno spettacolo unico. Di una geometria perfetta. Le chiazze pervinca, sembrano laghetti alpini. Le circondano macchie rosse ortogonali, di una perfezione rinascimentale. Poi, improvvise, altre strisce si spaccano in milioni di puntini e mescolano il giallo col bianco, l’azzurro con l’arancione, mentre il verde e l’ocra stanno dappertutto, come in un capolavoro di Monet.
Se si scende sul piano lo spettacolo è diverso ma altrettanto emozionate. Ai cromatismi si aggiungono i profumi. Quel che sembrava piccolo diviene grande, ondate purpuree di papaveri sembrano alzarsi dal suolo, i fiordalisi moltiplicati a milioni smarriscono la vista in un mare celeste, le margherite posano sul terreno immensi tappeti volanti, strade lunghe e diritte portano verso un mondo di sogni. 
E’ il paesaggio surreale che ogni viaggiatore va cercando in una vita di pellegrinaggi, e che raramente trova, il paesaggio che costringe ognuno di noi a uscire dai propri limiti e ad entrare in un universo dove lo spazio è infinito, il tempo eterno, i corpi senza peso. Un mare di colori dove si naviga con dolcezza. Per un attimo senza fine.

NOTIZIE UTILI

Territorio
Castelluccio è un paese di 150 abitanti che si trova in comune di Norcia, appollaiato su un colle che domina l’omonimo altipiano. E’ situato all’interno dei Parco Nazionale di Monti Sibillini, ad una quota di 1452 metri sul livello del mare. Di fronte a Castelluccio si erge la sagoma del Monte Vettore 2.476 metri di Altezza. Nella zona, resa magica da un clima e da paesaggi unici, sono fiorite numerose leggende tra cui quella della Sibilla (un maga che viveva in una grotta e forniva responsi ma spesso non lasciava uscire dal suo antro gli interroganti) che ha dato il nome ai monti circostanti. Quella del lago di Pilato (dove sarebbe sepolto il corpo del deicida del Vangelo), e del Guerrin Meschino. Sui monti, poi, abiterebbero fate bellissime coi piedi di capra.

La gastronomia 
Castelluccio è famosa per le sue lenticchie biologiche e per la produzione di altri rari legumi, ma anche per una grande tradizione di norcineria, con prosciutto di montagna, spalla cruda, lonzina, salami di ogni tipo. 

Dormire 
Benché si tratti di un borgo piccolissimo si trovano diverse strutture di agriturismo. Tra le altre si distingue l’Antica Cascina Brandimarte (www.anticacascinacastelluccio.it) super segnalata da Tripadvisor con l’annesso ristorante Il Fienile.
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<![CDATA[Urbino,la città ideale]]>Wed, 10 Jul 2013 20:40:03 GMThttp://dunebaleneemicrochip.weebly.com/i-viaggi-non-finiscono-mai/urbinola-citt-ideale
Immagine
_Pascoli la chiama Urbino ventosa e fa volare nella sua aria mossa e leggera gli aquiloni del ricordo. A guardarla dalle alture che la circondano, sembra un quadro cubista, tutta rombi, cerchi e quadrati. Una piccola città magica e geometrica. Non può che essere magico un fazzoletto di terra collinosa che regala all’umanità artisti come Giovanni e Raffaello Santi, Donato Bramante, Federico Barocci e che attira come una calamita e li lega per sempre a sé Piero della Francesca, Pedro Barruguete, Giusto da Gand, Pietro Bembo, Leon Battista Alberti, Paolo Uccello.
Come ha fatto Federico da Montefeltro? Come ha fatto, se non usando la magia del luogo, a diventare uno dei sovrani più prestigiosi d’Europa guidando uno stato grande come una capocchia di spillo? Come ha fatto a fare entrare nel suo studiolo privato due papi, un esercito di cardinali e tutti i più grandi umanisti del tempo? Come ha fatto a costruire qui una reggia che né l’imperatore del Sacro Romano Impero, né i re di Francia e di Inghilterra potevano permettersi? Come ha fatto ad avere nel suo palazzo (seppur dopo la morte) Baldassare Castiglione, che vi ha ambientato «Il Corteggiano», o a fare arrivare i più grandi pittori dalla Spagna e dalle Fiandre? A raccogliere intorno a sé i migliori architetti di Firenze e della Dalmazia? Gli intellettuali di Bisanzo? E’ la magia di Urbino.
Il miracolo del Rinascimento italiano. Miracolo e magia che appaiono più grandi passeggiando per la stanze della Reggia che Francesco di Giorgio Martini ha disegnato per il duca Federico, uomo di guerra, capitano di ventura, generale e gonfaloniere, grande anche in tempo di pace. Il palazzo è un gioiello unico nel suo genere, una creazione perfetta, dove tutto è curato nel minimo dettaglio. Fuori il calore del mattone si impreziosisce dei ricami in pietra bianca delle finestre, dei fregi, dei balconi disegnati con squadra e compasso. L’argilla cotta dà potenza, la pietra leggerezza. Dentro, ogni porta è un capolavoro di intarsio, ogni soffitto un inno all’armonia, ogni camino una scultura, ogni loggia un cammeo, mentre i saloni più grandi sono trasformati dalla prospettiva in luoghi metafisici e irreali, dove il corpo scompare e la ragione resta sola nello spazio. I camerini sono intimi e segreti, piccole bomboniere, stanze di compensazione per riprendere contatto con la realtà. Poi ci sono i quadri. Il dipinto che più di tutti rappresenta il Rinascimento italiano e la sua idea ortogonale di perfezione, «La città ideale», si trova qui, in una delle stanza in cui passeggiava il Duca capitano di ventura e mecenate, spietato e diplomatico. Signore dell’incunabolo e della spada. Il quadro, seguendo il linguaggio delle guide gastronomiche, vale, da solo, il viaggio a Urbino. Su una tavola panciuta lunga 239 centimetri e alta 67, l’autore, che resta sconosciuto - il sospetto è che sull’opera abbiano lavorato più menti e più mani - concentra tutto il pensiero dell’umanesimo quattrocentesco: la città diventa come una scacchiera, una sequela di quadrati, su cui i palazzi sono mossi come pedine. Tutto è geometrico e proporzionato, tutto è talmente perfetto da sembrare vero e finto al tempo spesso. Tranquillo e delirante.
Come se un quadro di Dalì si sovrapponesse a un’opera di Mondrian. Come se ogni cosa fosse piccola e al tempo stesso grande. Ecco, il quadro è come Urbino, piccola e allo stesso tempo grande, perfetta nelle sue strade e nelle sue piazze, geometrica nelle cupole e nei campanili, tranquilla e al tempo stesso nervosa. E allora cresce il sospetto che il quadro e la città vera, quella di mattoni e di pietra, abbiano gli stessi autori: Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini, architetti di Federico, ma pure pittori, umanisti, ingegneri, il cui capolavoro più grande è forse fuori dalle mura del palazzo.
E’ Urbino così come la vediamo: incastonata nelle rotonde colline del Montefeltro come una pietra nel suo anello. Anche lei perfetta, anche lei ideale. Un sogno a guardarla dalla collina di fronte. Una creatura dell’uomo interamente armonizzata con la natura, col verde dei prati, con l’azzurro del cielo, con la brezza che sempre arriva dal mare. Urbino ventosa.

Federico II

Federico da Montefeltro (1422-1482), duca di Urbino, è il classico signore rinascimentale: grande capitano di ventura, diplomatico raffinato, eccelso
umanista e mecenate è stato amico ed ospite dei grandi del primo Rinascimento, da Piero della Francesca, a Paolo Uccello, dal cardinal Bessarione a Enea Silvio Piccolomini e Luciano Laurana. Si deve a lui l'assetto urbanistico di Urbino.

Tra le colline non solo arte e natura ma anche grande cucina e una super-pizza

Vale il viaggio: lo si può dire della Flagellazione di Piero della Francesca, ma lo si può dire anche del ristorante Urbino dei Laghi (www.tenutasantigiacomoefilippo.it/it/urbino-dei-laghi) di Stefano Ciotti.
Sistemato nel bel mezzo di una dolce vallata, affacciato su tre laghi, segue una formula estremamente innovativa. Lo chef, giovane stellato Michelin, ha creato un ristorante per tutti, piuttosto inusuale in Italia. Si può andare ai Laghi e mangiare una pizza e bere una birra, spendendo pochi euro, o si può fare un pranzo da alta cucina, e allora la spesa diventa più forte. Ma attenzione, non si tratta di una pizza qualsiasi, ma di un prodotto biologico realizzato con un lievito madre di 75 anni, premiato in questi giorni dalla guida Gambero Rosso con tre spicchi, segno di eccellenza assoluta. Il ristorante è inserito nella tenuta dei Santi Giacomo e Filippo, sede di un'antica abbazia, che ospita Urbino Resort (www.tenutasantigiacomoefilippo.it), una struttura fatta di antiche case padronali ristrutturate e disseminate tra campi e frutteti.

I dintorni

Urbino è al centro di una delle terre più affascinanti d'Italia: il Montefeltro. Vi si trovano borghi come Urbania e Fossombrone, Sant'Angelo in Vado, Cagli, Sassocorvaro, Sant'Agata Feltria, Mondaino e Montefabbri. Tutte terre dominate dal grande Federico II che risentono dell'influenza dell'architettura dei grandi urbanisti e costruttori che il Duca ha ospitato.
I paesaggi ricordano gli sfondi dei quadri di Raffaello e Barocci, che nacquero qui, e di Piero, che vi visse a lungo.

Il Palazzo Ducale

Il Palazzo Ducale è la più bella reggia rinascimentale d'Europa.
Voluto da Federico II da Montefeltro, fu realizzato dagli architetti Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini. In mattoni rossi ricamati di pietra bianca risponde a tutte le regole dell'architettura italiana del
Quattrocento. Oggi ospita la Galleria nazionale delle Marche, scrigno di capolavori come La Flagellazione di Piero, la Muta di Raffaello e La città ideale, capolavoro di autore sconosciuto, forse dello stesso Laurana.
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